associazioneprogramminewsgalleriaringraziamentilinkscontatti
       
 
Dall'Africa
Dal Kosovo
 

ASSOCIAZIONE: CHI SIAMO

S i a m o g i o v a n i, m a c o n s o l i d e f o n d a m e n t a !

“Bambini del mondo” è un progetto nato sulla base delle esperienze che gli associati hanno maturato nei più diversi ambiti di volontariato. Aiutare i più piccoli è da sempre il nostro obbiettivo, siano essi Rom (chiamati zingari) ai bordi delle strade, bambini con problemi familiari, disabili mentali o semplicemente persone bisognose di affetto.
Prima della fondazione di “Bambini del Mondo”, abbiamo dato il nostro supporto ad alcuni progetti internazionali: in Kenia, presso la missione di Karungu dei padri Camilliani, in Kosovo a sostegno del progetto di ricostruzione “cento case” della Caritas Nord-Est. Forti di queste, come di altre esperienze, abbiamo sentito la necessità di dar voce ad una nostra idea d’amore, che fosse il più possibile slegata da tendenze politiche e il più possibile legata ai bambini bisognosi.


INIZIATIVE PROMOSSE

- ARMENIA
- Raccolta fondi necessari all’assistenza medica, che i bambini Armeni di Yerevan necessitano giornalmente, perché costretti a vivere in costante dialisi presso l’ospedale di Arabkir.
I soldi sono stati raccolti grazie ad attivita’ quali:
- Mercatini della solidarietà.
- Serata culturale Armena: il territorio, la storia, la vita e la cultura Armena presentate da Padre Arturo Berzidikoan, della comunità dell'isola degli Armeni di Venezia.
- Gemellaggio epistolare, fra i bambini della scuola elementare Colombo di Chirignago - Venezia, e i bambini Armeni di Yerevan.

AFRICA
- Raccolta fondi a favore della missione Keniana di Karungu, dei padri Camilliani, necessari alla costruzione della casa di accoglienza “St. Camillus Children Welfare Home” per bambini rimasti soli, a causa della morte dei genitori da AIDS.
I soldi sono stati raccolti grazie ad attività quali:
- Mercatini della solidarietà, in diverse occasioni, supportati dal “Centro pace” e da “Osservatorio delle politiche sociali”, enti del Comune di Venezia, che hanno mobilitato le associazioni dei quartieri quali: Mestre centro, Marghera, Lido, Chirignago-Gazzera.
- Allestimento di un presepio a grandezza naturale posto in piazza Chirignago - Venezia sotto la nuova edicola.

- KOSOVO
- Collaborazione al progetto MASCI (Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani) per la realizzazione di un pozzo di acqua potabile a Mirusha.
- Raccolta di scarpe, effettuata grazie ai calzaturifici della Riviera del Brenta, che in seguito l’associazione “Lilliput” ha consegnato alla comunità Serba di Pacevo, isolata in assoluta povertà all’interno del Kosovo.
- Raccolta fondi per la realizzazione della casa di accoglienza “Bambini del Kosovo” a Klina, dove 60 bambine, orfane di guerra, aspettano ancora un tetto.


ATTIVITA VARIE
- Organizzazione incontri medico informativi, presso l'Antica Scuola dei Battuti di Mestre con temi inerenti alle persone della terza età.


DALL'AFRICA
Sulle sponde del Lago Vittoria in Kenya presso il villaggio di Karungu, vicino allle Tribù dei Masaii, dei Luo e dei Kisii sorge l’ospedale missionario S. Camillo, diretto da padre Emilio Balliana.
Nel nostro primo viaggio, in questa terra tanto lontana quanto affascinante, spinti dalla curiosità degli esploratori come anche dalla voglia di capire il perché, uno dei luoghi più poveri del mondo, fosse così ricco di bellezza, abbiamo raccolto alcune informazioni sulle tribù locali.

I MASAI
Ci hanno raccontato che i Masai vivevano sulle sponde del Nilo, molto tempo prima di Cristo. Il fiume dava loro tutto quello di cui avevano bisogno. In seguito si spostarono verso sud: prima in Etiopia poi in Uganda fino ad arrivare alla zona denominata Rif Valley, In Kenya. Quì occuparono, e tuttora occupano, estesi territori intorno al monte Kenya arrivando fino al monte Kilimangiaro, in Tanzania.
Spesso i Masai si comportano in modi a noi occidentali difficilmente comprensibili ma forti di significati. La loro ricchezza stà nelle mucche e nei greggi di pecore, sta nella terra che da agli animali il nutrimento e per questo la onorano come un fedele alleato. Grandissimo è il rispetto che hanno per la terra: per non danneggiarla, lasciano i morti in pasto alle belve, evitando cosi di doverli seppellire ovvero scavargli una fossa, perché in questo modo si verrebbe profanare un luogo sacro. Anche l’acqua per un Masai và rispettata in quanto fonte di vita. Un vero Masai non beve l’acqua dei pozzi governativi ma solo quella che madre natura gli fornisce ovvero quella dei fiumi e della pioggia.

I LUO
Il Luo è una lingua e le persone che la parlano vengono chiamati Luo. La maggior parte di loro vivono in riva al Lago Vittoria nella provincia del Nyanza. La loro fonte di ricchezza è l’agricoltura, anche se, quelli più vicini al lago, si dedicano assiduamente alla pesca. Di grande importanza per i Luo è la coltivazione della canna da zucchero, che da sola occupa il 40% della produzione dell’intero Kenya. Anche questa tribù, come quella dei Masai, è ricca di tradizioni. La vita, la morte, le nascite i matrimoni e gli stessi i nomi, sono sempre legati al passato e alla terra vista come madre benevola.

I KISII
Arrivando a Nakuro che dista 2 ore di macchina da Nairobi, incontriamo le piantiagioni dei Kisii. Si tratta di tè. Sono talmente vaste che facciamo fatica a vederne la fine. Fa caldo, troppo caldo, ma i Kisii non sembrano sentirlo e operosamente lavorano tra i campi. Le loro terre si estendono fino ai confini con la Tanzania. Questa numerosa ed industriosa tribù, prende il nome dalla sua più grande città che è appunto Kisii. Grazie all’altitudine di 1000 metri sul livello del mare, l’altopiano della tribù dei Kisii, gode di piogge solitamente rare nella gran parte del continente africano. Ecco spiegata la buona produzione, non solo di te, ma anche di caffè, piretro e banane.
L’altra fonte di ricchezza della tribù, è la pietra di Tabaka (pietra saponaria): è una pietra friabile, cioè facilmente lavorabile, e i Kisii la scolpiscono e la intagliano con grande maestria realizzando autentici piccoli capolavori dell’arte africana. I loro soggetti sono quasi sempre scene di vita quotidiana, ma quello che più stupisce è che tutti gli scultori sembrano avere un medesimo filo conduttore: la fierezza del portamento e delle espressioni della persone che rappresentano. I Kisii, per vivere, si accontentano di poco. Le loro capanne circolari (manyatte), fatte di rami e ricoperte di fango, non hanno ne finestre ne camini e l'aria entra dalle pareti e dalla porta d’ingresso. Essi considerano i figli la più grande ricchezza e infatti in questo altopiano la natalità è alta, forse la più alta di tutto il Kenya, ed ecco perché la maggior parte dei piccoli orfani provengono da questo luogo.

Purtroppo la malattia dell’AIDS colpisce duramente queste popolazioni. Centinaia di bambini ogni anno rimangono orfani di uno o di entrambi i genitori. Di fronte a tutto ciò ci siamo sentiti impotenti e svuotati: impotenti perché qui le persone muoiono continuamente e tu non puoi farci niente, svuotati perché in Africa ti accorgi di come la ricchezza non è materiale, ma è spesso semplicemente il rispetto per la vita, comunque si presenti, o anche un semplice sorriso, chiunque voglia donarlo.


DAL KOSOVO - Marisa Da Lio
IL NOSTRO SOGNO E’ DARE LORO UN FUTURO: “CASA DI ACCOGLIENZA PER ORFANI DI GUERRA” GLAVICICA – KOSOVO.
Carri stipati di persone, trainati da vecchi trattori, su infangate strade di montagna. Questa è l'immagine del Kosovo che tutti conosciamo. E poi? E poi bombe, tante bombe. Poi Millosevic accusa tutto e tutti. Poi gli aiuti. Trecento associazioni umanitarie. Si perché c'è la TV. Esserci significa esistere, è una semplice eguaglianza. E dopo un po', quando la TV se ne va, se ne vanno la maggior parte delle associazioni.
Alla fine, chi più chi meno, qualche cosa di buono l'abbiamo fatta un po tutti. La mia esperienza, in quella terra apparentemente cosi lontana, ma a soli 45 minuti di aereo da Roma, è iniziata grazie a un progetto di ricostruzione della Caritas. Mio marito si occupava dell'ufficio tecnico ed io prestavo la mia opera presso un piccolo ospedale-ricovero per persone sole, sostenuto e diretto dalle suore Madre Teresa di Calcutta.
Non conoscevo i balcani ma una paziente, piccola suora, ogni giorno mi raccontava un po’ di storia del suo popolo. Mi stupiva tanto la passione quanto la rassegnazione delle sue parole. Sembrava voler dire: “spero in voi” ma anche: “tanto lo so che non cambia niente”. La gente del Kosovo ovvero “Campo dei Merli”, è alla ricerca di una sua identità fin da quando, come dice la bibbia, San Paolo vi portò la parola di Dio.
Poco o niente si sa dei primi secoli, quasi a voler nascondere le radici cristiane di questo popolo. In seguito all’arrivo degli slavi ci fu una de-cristianizzazione e nel 1054 avvenne il distacco dalla chiesa cattolica. Prese il sopravvento una religiosità molto personale e talvolta comunitaria, tramandata dagli avi. Nonostante i cristiani cercarono in tutti i modi di riaffermare la propria supremazia su queste terre, furono ripetutamente sconfitti dai Turchi nelle decisive battaglie avvenute tra il IV e il V sec.
Questa pezzo di storia antica è alla radice della odierna prevalenza della religione mussulmana. E’ così che suor Linda mi spiegò perché ogni mattina alle 6 vengo svegliata dal canto del Muezin che chiama a raccolta i fedeli. La piccola religiosa, con il cuore in gola e le lacrime agli occhi, mi raccontò come all’inizio degli anni 90’ Milosevic cominciò con la pulizia etnica. Morirono 12.500 persone, 6000 non furono più ritrovate e 2500 tra uomini e donne furono imprigionati per motivi politici.
Ma nonostante tutto suor Linda è ancora qui e noi con lei, per quel poco che possiamo. Spesso mi chiedo se veramente possiamo cambiare qualche cosa. Ma la risposta non c’è. O forse la risposta è in quel bambino che ogni mattina mentre apre il cancello dell’ospedale mi sorride e dice: “mierdita Marisa” ovvero buongiorno. Allora non resta altro che fare qualche cosa, senza troppe domande.
Anton ha 9 anni. Un cecchino gli ha ucciso I genitori sul vialetto di casa. Da allora vive all’ospedale assieme alle suore e a quanti, come me, si fermano li per un po’. Anton parla della guerra con naturalezza, come se non avesse visto altro in vita sua. Ti dice che non vuole uscire dal convento perché sennò gli portano via le gambe, come è successo a Vladi un altro piccolo dell'ospedale, che credo abbia messo il piede su una mina. Ti racconta di come ha trovato la madre e il padre morti l'una accanto all'altro, e di come abbia perso ogni traccia dei suoi parenti. Non saprei descrivere come mi sono sentita in quel momento. Credo pietrificata. Ad ogni modo ho deciso che avrei cercato di fare qualche cosa per lui. Pensavo gli facesse piacere ritornare al suo paese, di rivedere almeno i suoi parenti, sempre che fossero vivi. Il giorno dopo a fatica sono riuscita a farlo salire in macchina, lo abbiamo accompagnato a Glavicica, il suo paese natale, che dista una trentina di chilometri dall'ospedale di Pec. La prima cosa da fare é trovare qualcuno che lo conosca. Di solito il parroco sa tutto di tutti e così mi sono rivolta a lui. Il vecchio parroco mi ha fatto capire che nella casa alla mia sinistra le religiose della congregazione della Divina Carità mi avrebbero potuto aiutare. E cosi ho fatto. Una suora, molto gentile, mi ha detto che conosceva bene la famiglia di Anton, ma che non gli era rimasto nessuno, tranne una zia, che sembra sia impazzita dopo la guerra. Sospirando, mi ha detto che nella stessa condizione, si trovavano altri trentacinque bambini. Loro cercavano di fare quello che potevano, ma quella casetta in cui vivevano, che era la vecchia scuola del villaggio aveva solo 5 stanze nelle quali i bambini dormivano in sette per ciascuna, assieme alle religiose.
Impotente, questa sensazione é il più brutto ricordo che ho del Kosovo. Anche se a ben ripensarci almeno 30 persone sono passate a ringraziarmi prima di far ritorno in Italia.
L'anno successivo siamo tornati con un altro progetto di volontariato, sostenuto dal MASCI ovvero il gruppo SCOUT di cui facciamo parte. Si trattava di costruire un pozzo di acqua potabile per un paesino di circa 1500 abitanti. Questi attingevano l'acqua ancora nei fossati o in pozzi di pochi metri di profondità dove un po tutti, animali compresi, si lavavano. Quest'acqua veniva poi bevuta o utilizzata per cucinare e quindi le malattie intestinali erano diventate una prassi quasi normale. Alla fine Ermanno, mio marito ha costruito il pozzo, e l'immagine che ricordo con più affetto é la gioia di quelle 1500 persone quando hanno aperto il rubinetto e hanno visto uscire l'acqua.
Sono poi tornata a Glavicica, dalle suore, a quella casa degli orfani. Suor Anita, mi ha dato un bacio in fronte dicendomi che era felice di rivedermi. Mi ha detto che in quel momento i bambini erano diventati cinquantasei, perché molte madri, violentate dai soldati serbi si sono liberate di quei figli del nemico e che non sapevano più dove metterli.
Nei giorni seguenti ho pensato e ripensato a suor Anita, ad Anton e all'ospedale e a cosa avrei potuto fare per loro. Ne ho parlato a mio marito che sorridendo mi ha detto: "costruiamogli noi una casa". Quella frase mi ha acceso una lampadina, sono corsa dalla suora e gli ho chiesto che cosa ne pensasse. Si é messa a piangere. Fortunatamente si é ripresa subito dallo stupore e mi ha accompagnata dal parroco. Il vecchio sacerdote mi ha detto che avrebbe messo a disposizione un terreno per costruirvi questa casa.
Tornati in Italia ci siamo messi subito al lavoro e l'associazione "Bambini del Mondo" di cui facciamo parte, ha sposato quest’idea realizzando un progetto. Purtroppo i soldi raccolti finora, grazie alle donazioni, non bastano. Abbiamo bisogno d’altre donazioni, serve anche il tuo aiuto.
Giugno 2002


<< torna su >>